Decameron - Spettacolo teatrale
Venerdì 22 Maggio 2026 alle ore 21 presso il Teatro Manini di Narni andrà in scena lo spettacolo del Laboratorio Teatrale e Musicale dell'Istituto Gandhi dal titolo: "Decameron, i giorni della peste", liberamente tratto dal Decameron di Giovanni Boccaccio e La Peste di Albert Camus.

Quest'anno, per la prima volta nella storia del laboratorio di teatro e musica dell'Istituto d'Istruzione Superiore Gandhi, lo spettacolo di fine anno è il frutto di una vera e propria commissione: quella proposta dall'Ente Corsa all'Anello di Narni, che in questo modo conferma l'importanza dell'Istituto di Narni Scalo per il territorio, che ha sempre creduto nelle necessarie finalità di questo progetto.
E così, come da richiesta, si è cominciato a lavorare su Boccaccio attraverso la scelta della sua opera più conosciuta: Il Decameron o Decamerone, composto tra il 1349 e il 1353, in un periodo storico segnato dalla peste nera che devastò Firenze e l'Europa uccidendo circa un terzo della popolazione, in cui dieci ragazzi ritiratisi in campagna si raccontano novelle allo scopo di sfuggire all'epidemia.
Per circoscrivere ancor meglio il tema, si è pensato di “contaminare” (mai termine è stato più appropriato) il Decameron con un altro capolavoro della letteratura mondiale: La Peste di Camus, un romanzo allegorico in cui l'epidemia rappresenta metaforicamente il "male" in diverse forme: dall'occupazione nazifascista all'assurdità della condizione umana, fino alla sofferenza e la peste morale o politica che alberga nel cuore umano.
Se il primo rispecchia la crisi dei valori medievali e l'imminente avvento dell'umanesimo, il secondo, scritto più recentemente negli anni dell'immediato dopoguerra, è un invito alla resistenza collettiva e alla solidarietà umana. Seppur vissuta in periodi storici, politici e culturali indubbiamente diversi e distanti tra loro, la peste ha sempre incarnato il ruolo dell'assurdo; ovvero la mancanza di senso della vita, di quella sofferenza che rende inutile e fragile la già precaria esistenza di ognuno, come Elias Canetti descriverà nel suo celebre “Vite a scadenza”.
Non c'è un tempo o periodo alcuno, in cui l'aver vissuto abbia offerto agli uomini la possibilità di non avvertire la caducità intrinseca dell'esistenza umana. Cambia il momento, la società, i contesti in cui nasciamo, ma la natura temporanea degli uomini, destinata a finire o a deperire rapidamente la vita come la bellezza, è qualcosa a cui l'uomo non può sottrarsi.
Non c'entra nulla il destino, ma lo stato in cui vogliamo permanere.
Ma il paradosso, che perciò fa apparire ancor più orribile il tutto, non è tanto la peste, ma ciò che essa metaforicamente rappresenta: perché la vera minaccia che colpisce inevitabilmente tutti, siamo proprio noi, col nostro mal di vivere che alberga nel cuore di ognuno. Come dice Tarrou, personaggio che nella nostra rielaborazione è incarnato dal Governatore della città, afferma che "la peste è in ognuno di noi", intendendo questa come specchio dell'indifferenza, egoismo o "microbo" che sviluppa un'idea di violenza e di morte sull'altro come ogni conflitto, antico e moderno che siano, ancora tutt'oggi manifestano.
Nonostante la nefasta prospettiva, la risposta è nella speranza di una lotta comune: in quel dottor Rieux dell'opera di Camus, che qui si scorpora nei quattro cerusici che perseverano nel curare i cittadini, nonostante l'incertezza della vittoria. Sullo sfondo c'è la città, immersa in quel limbo di nostalgico esilio forzato che altro non è che lo specchio di un'irreparabile distacco umano: la peste non sparirà mai fino a quando saremo noi a mantenerla in vita, coi ratti della nostra mente, con cui infetteremo un'altra città “apparentemente felice”, mai pronta ad affrontare il proprio malessere.
Non è un caso che lo spettacolo, ricco di canzoni e musiche eseguite dal vivo, si concluda con un brano che sa di auspicio, per provare quantomeno a metterci allo specchio, di una necessaria e profonda riflessione.
